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La Psicoterapia con il Bambino

il gioco come strumento di relazione e comunicazione

Il Gioco come strumento di comunicazione e relazione

Per i bambini disegnare, pitturare, manipolare materiale (come gomma pane, didò, das etc), costruire storie, “giocare a..” sono modi naturali e spontanei di esprimere sé stessi. Nel mio lavoro con i bambini utilizzo queste attività come strumento per entrare in relazione con il piccolo paziente ed affacciarmi sul suo mondo interiore: il bambino attraverso il gioco comunica ciò che non può o non riesce ad esprimere a parole, ciò di cui non è consapevole, mostrando il suo mondo psichico e relazionale. Il terapeuta acquisisce così informazioni sulla qualità del contatto del bambino con i propri sensi, sul suo livello di sviluppo mentale, sulle sue competenze, sulla sua vita affettiva ed emotiva, sulla sua capacità di gestire le emozioni, sulle fantasie e angosce che abitano il suo mondo interiore e su come vive le relazioni nel suo ambiente quotidiano, come ad esempio la famiglia e la scuola.

 

Il bambino rappresenta attraverso il gioco esperienze spesso confuse o non definite: assumono particolare importanza i contenuti del gioco (fantastico o realistico), le emozioni che lo accompagnano (rabbia, aggressività, paura, vergogna, tenerezza etc), la sua struttura (presenza di maggiore o minore complessità, grado di coerenza, elementi ripetitivi etc.) ed il modo in cui il bambino gioca (in modo spontaneo o inibito, da solo o coinvolgendo il terapeuta etc.). Attraverso il gioco il bambino ha la possibilità di mettere in scena situazioni di vita: nel gioco della drammatizzazione il bambino può assumere diversi ruoli e sentirsi libero di sperimentarli perché il gioco è privo di conseguenze nella vita reale. Inoltre nel gioco della drammatizzazione con il terapeuta il bambino può mostrare modalità di relazione usate con lui da adulti significativi come genitori o maestre. La messa in scena può dunque essere legata ad aspetti della vita reale ma anche dar vita a creature o personaggi inventati e fantastici nel tentativo di dar forma, con l’aiuto del terapeuta, a fantasie ed angoscia difficilmente esprimibili a parole.


Ci sono bambini che non riescono a giocare, possono rifiutarsi di farlo e chiudersi in sé escludendo il terapeuta, oppure possono fare giochi ripetitivi, o mostrare un alto livello di attivazione emotiva e motoria: i bambini esprimono nel gioco qualcosa di importante, che ha a che fare con il loro modo di essere nel mondo e la terapia è per il bambino l’occasione di sperimentare una relazione dove essere accolto e ascoltato senza giudizio o interpretazione.


I motivi per i quali i genitori mi richiedono aiuto sono molteplici: problematiche emotive e relazionali (rabbia, aggressività del bambino, insicurezza, bambino introverso, bambino solitario, ritiro del bambino dal mondo reale, paure del bambino, senso di colpa, eccessiva dipendenza etc), problematiche scolastiche (bambino con difficoltà a concentrarsi, bambino iperattivo, diagnosi di disturbo specifico di apprendimento), problematiche legate al concetto di autostima, situazioni di stress o esperienze traumatiche (malattie, lutti, separazioni nella famiglia etc), sintomi del bambino (come balbuzie, tic, enuresi notturna ad esempio).


Ritengo che elemento fondamentale del lavoro in psicoterapia con il bambino sia il rispetto per i suoi ritmi e le sue modalità relazionali. Il gioco è il mediatore principale nella psicoterapia con il bambino mentre il linguaggio riveste importanza secondaria, per questo è possibile fare un lavoro terapeutico anche con bambini piccoli che ancora non hanno affinato lo strumento di comunicazione verbale. Un altro fattore importante nel lavoro con il bambino è il coinvolgimento della coppia genitoriale attraverso incontri regolari di aggiornamento e condivisione, che hanno come obiettivo anche sostenere i genitori durante le fasi del processo di terapia del piccolo paziente.


Come dice Violet Oaklander “Un’importante ragione per la quale i genitori esitano a ricercare un aiuto psicologico per il figlio, è l’idea d’intraprendere una terapia prolungata nel tempo, lunga forse anni …. I bambini non hanno una stratificazione di questioni irrisolte né vecchi repertori che invece gli adulti accumulano negli anni … Solitamente si hanno sufficienti progressi per terminare la terapia in un periodo che va da 3 a 6 mesi ”. Spesso il bambino in terapia mostra in breve tempo cambiamenti nel suo comportamento, che possono essere segnali sufficienti per interromperla: i bambini hanno bisogno di tempo per integrare e assimilare tali cambiamenti, attraverso la naturale crescita e maturazione.
Porsi in una condizione di ascolto rispettoso del bambino è l’unico approccio efficace: in questo modo si può fare contatto con qualunque bambino e aiutarlo.

Autore: Dott.ssa Sara Bradac

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